prima dell’Impero mongolo

Le origini della civiltà in Mongolia risalgono ai tempi preistorici; recenti ricerche stanno portando alla luce resti che testimoniano che la zona era abitata già nel neolitico. Secondo le fonti, nel periodo fra il 770 a.c. ed il 476 a.c. vi erano più di dieci tribù nomadi che si contendevano il dominio di un territorio che si estendeva fino a Hohhot, l’attuale capitale della Mongolia interna. Fra queste, quelle che hanno avuto senz’altro un maggior rilievo storico sono quelle degli Unni (giunti in Italia nel sec. V) e quella dei turchi. A periodiche ondate i nomadi si spostavano su di un territorio che va dal lago D’Aral alla Manciuria, dal lago Baikal alla grande muraglia cinese. Nei loro spostamenti si abbattevano sulle popolazioni agricole razziando ed occupando le terre. Spesso furono assorbiti dalla cultura e dalla struttura sociale alla quale si erano imposti. Furono loro con il loro nomadismo a far da tramite alle culture della zona, consentendone la diffusione su di un vasto territorio. Fu questa loro particolarità a consentire il diffondersi, nel X secolo, delle due grandi religioni, buddismo ed islamismo, che tanta parte hanno negli sviluppi storici dell’Asia. Nel 1162 (ma la data non è sicura) nasceva con nome di Temujin, da una famiglia aristocratica ma immiserita, il futuro Chinggis Khaan, colui che seppe riunire sotto di sé le bellicose e divise tribù mongole, che seppe elaborare una strategia di guerra mobile e veloce che non si limitasse alla pura e semplice razzia ma fosse preludio di una stabile dominazione. Nel 1206, avendo sfruttata abilmente le discordie dei suoi avversari per ridurre le loro tribù in suo potere, si trovò a capo di un vero e proprio impero che organizzò attribuendo ai propri figli e fratelli l’amministrazione dei vari territori conquistati. Fra questi anche la Cina alla cui unificazione fu data grande importanza; dopo l’eliminazione dei regimi dei principi cinesi Xixia, Liao e Kin, Khubilai Khaan, erede di Chinggis Khaan, fondò la dinastia Yuan. Nonostante essa sia durata solo un secolo (1271-1368) il periodo di relativa tranquillità che la caratterizzò ebbe un influsso positivo sull’economia locale e sugli scambi culturali con l’estero. Gli anni fra la seconda metà del XIV ed il XVII secolo furono tra i più confusi della storia mongola. Nel 1368 l’ultimo imperatore della dinastia Yuan lasciò Bei-jin fino ad allora capitale dell’impero per trasferirsi a Khar Khorin (Kara-Korum). La dinastia cinese Ming, formatasi in seguito a ciò, approfittando delle lotte di potere che a partire dal 1388 si svilupparono fra le varie famiglie aristocratiche, iniziò una politica di aggressione ed erosione dell’unità nazionale mongola. Una tregua venne attenuta con l’avvento al potere di Altan Khaan (1507-1583) il quale oltre a ridare alla Mongolia l’aspetto di uno stato sovrano, accettando il titolo di principe Shunyi dall’imperatore Ming, garantì uno sviluppo sereno delle relazioni. Fu durante il suo regno che il buddismo tibetano prese piede nel territorio mongolo. Durante la dinastia Qing, i Manciù sottomisero una dopo l’altra le tribù mongole a sud del deserto del Gobi. Nacque così la divisione fra la Mongolia Interna e la Mongolia Esterna. E’ con quest’ultimo termine, infatti, che l’imperatore Qing definisce i territori mongoli da lui non conquistati. Da questo momento in poi i destini delle due regioni, quella a nord e quella a sud del “grande deserto” si separano e seguono due tracciati che solo in alcuni periodi si trovano ad essere nuovamente riuniti. Nel 1691 i governatori Manciù stabiliscono la propria sede a Ulaan-Baatar, che allora si chiamava Urga da una probabile corruzione della parola russa orgoo (palazzo) riferita quasi sicuramente al monastero di Gandan che ne formava il centro principale. Per assicurarsi un dominio costante della Mongolia, la Cina sfruttò il buddismo lamaista, che come abbiamo visto prese piede nel Paese con Altan Khaan. La trasformazione della cultura fu sorprendente, la tradizione di Chinggis Khaan sembrava dimenticata, nel 1800 quasi la metà degli uomini della Mongolia viveva la vita monastica. Nei monasteri affluiva la gran parte delle risorse e delle ricchezze della nazione, mentre le malattie e la mortalità infantile indebolivano la sua potenza. La dominazione Manciù continuò per più di due secoli fino a quando sotto l’egida dello Zar e dell’imperatrice cinese, che firmarono un accordo, sorse il nuovo stato della Mongolia. Nel 1919-1921 il movimento nazionalista proclamò la monarchia, ponendo sul trono Bogdo Khaan. Egli governò riassumendo in sé anche il potere religioso. Il dominio della chiesa mongola, che era sfacciatamente ricca in confrontata alla terribile indigenza ed ignoranza in cui il resto della popolazione viveva, ebbe termine con la rivoluzione comunista del 1921. Dopo secoli di sudditanza dalla odiata Cina, i mongoli scelsero di “allearsi” ai vicini sovietici dai quali importarono tecnologie e modelli abitativi. Per meglio comprendere sia la portata che le motivazioni della scelta bisogna tenere presente il tipo di pressione che il popolo mongolo assai esiguo per numero e forze era costretto a subire dal vicino e popoloso impero; una svolta radicale nella struttura sociale, con la proclamazione della Repubblica Popolare di Mongolia, sembrava garantire un taglio netto a tutte le ingerenze che la Cina da secoli imponeva. Era un tentativo di autonomia, per uscire dal “governatorato” cinese. Purtroppo le aspettative vennero deluse e da provincia dell’impero cinese la Mongolia si trovò ad essere una delle tante colonizzazioni della nuova Unione Sovietica. Fu così che la tipologia amministrativa dei soviet venne travasata direttamente nel nascente Paese, i monasteri vennero distrutti con un accanimento quasi maniacale e al potere ecclesiastico si sostituì quello del partito. Vennero edificate zone ritenute idonee allo sviluppo industriale, le abitazioni cambiarono, anche se gradualmente (negli anni ’60 l’85% della popolazione di Ulaan-Baatar risiedeva ancora nelle gher). Nel 1940 l’apparato burocratico decise di cambiare l’alfabeto fino ad allora utilizzato e di passare ad una trascrizione in cirillico dei fonemi della lingua mongola. Gli aiuti economici del grande fratello (come veniva chiamata fino a poco tempo fa la Russia) permisero l’abbandono del nomadismo trasformando molti pastori in impiegati ed operai abituati al fisso mensile. Già nel 1960 nella capitale e nelle città industriali si era stabilito il 23% della popolazione, per arrivare ad oggi con il 30% degli abitanti concentrato nella sola Ulaan-Baatar. Nel 1990, anticipando i tempi, il Partito Democratico Rivoluzionario dichiara la democrazia. Il crollo sovietico travolge anche l’economia mongola lasciando dietro di sé solo malcontento e miseria. GLI IMPERI DELLE STEPPE PRIMA DI CHINGGIS KHAAN Nel sud del Gobi si sono ritrovati resti di insediamenti umani che possono essere fatti risalire ad almeno 200.000 anni fa; ma è al primo millennio avanti Cristo che risalgono le testimonianze di popolazioni, in Mongolia, in grado di lavorare il bronzo. Le cronache cinesi riportano l’esistenza delle prime tribù organizzate militarmente nel III secolo a.C., si tratta dell’invasione, peraltro respinta, di popolazioni provenienti dal Gobi chiamate dai cinesi Hiung-nu. E solo dal XII secolo che è possibile però parlare di “Mongoli” il cui nome deriva da quello di una piccola tribù stanziata a sud-est del lago Baikal, ma certamente altre popolazioni di razza mongola abitavano la zona frammista con popolazioni turche e tunguse. Definire oggi quali potessero essere le popolazioni puramente mongoliche e quelle invece turche o tunguse è praticamente impossibili. D’altra parte le tre etnie rappresentavano, di fatto, un “unicum” culturale che si estendeva in tutta l’Asia centrale, dalla Manciuria alle pianure iraniche. Tutte queste popolazioni avevano un unico credo religioso; sciamanesimo e la credenza di un solo Dio onnipotente identificato con il cielo, e chiamato con il medesimo termine sia in mongolo che in turco: “tengri”. Il fatto che il nome di Dio ed altre parole siano simili sia nelle lingue turche che in quelle mongole, non deve però far pensare che le popolazioni dell’area parlassero la medesima lingua, benché tutte facciano parte di una medesima grande famiglia, quella uralo-altaica a sua volta divisa in due grandi ceppi, quello Uralo o Ugro-Finnico che comprende il finnico, l’estone, l’ungherese e il lappone e l’altaico che comprende appunto i tre grandi rami: mongolo, turco e tunguso. Comunque la frammistione tra le tre etnie è stretta e continua nel corso di tutta la storia. Esistevano mongoli turchizzati, turchi mongolizzati, e turco mongoli tungusofoni. Quanto sopra era dovuto appunto all’assoluta somiglianza della loro cultura nomade ed alla mancanza, tra questi popoli di qualsiasi forma di razzismo oltre ad un estrema tolleranza nei confronti di ogni idea e religione.È importante notare che mentre fin dall’antichità esistevano grandi somiglianze culturali tra i nomadi dell’Asia centrale, non vi era alcun’affinità con le culture cinesi, civiltà quest’ultima stanziale e contadina per eccellenza. Gli Hiung-nu Difficile dire chi in realtà fosse questo popolo, molti studiosi li identificano con gli Unni storici, bene noti anche in occidente, mentre altri lo escludono assolutamente. Molti sono gli elementi che portano a pensare dovesse trattarsi di una tribù turca o mongola:quali alcune raffigurazioni plastiche cinesi e la trasmissione da parte di questi di alcuni termini del loro linguaggio primo tra questi il termine Tengri per identificare la divinità, parola comune sia ai turchi che ai mongoli. D’ altra parte vi sono due testimonianze cinesi che fanno pensare che essi potessero essere di “razza” iranica. La prima di esse è la cronaca della dinastia Chin (266-420 d.c.)ove si narra della strage compiuta dal re di Chao nella Cina settentrionale, e dove si descrivono Gli Hiung-nu con naso pronunciato e folta barba. L’altra testimonianza è costituita dal monumento eretto presso la tomba di un generale cinese vincitore degli Hiung-nu dove uno di questi è raffigurato atterrato e mostra chiare fattezze euripidi. Più semplicemente si può pensare che questo popolo fosse rappresentato da una confederazione di tribù, con componenti etniche differenti, come quasi sempre accadeva tra i popoli dell’asia centrale. Nella seconda metà del III sec. a.C. gli Hiung-nu cominciano ad organizzarsi in stato nomade, al comando capi che assunsero il titolo, dal significato incerto, di Shan-yű . Uno di questi T’on-man (m. 209 a.C..) attaccò e sconfisse il popolo degli Yùeh-child portandosi così ai confini della Cina. L’impero durò fino verso il 40 a.C. ed occupava tutto il territorio al nord della Cina, mentre la capitale Khar Khorin era probabilmente dislocata non distante da dove in seguito sorse la capitale dell’impero gengiskhanide. L’impero Hiung-nu si disintegrò progressivamente sotto le pressioni degli imperatori cinesi Han preoccupati dei loro confini ed intenzionati ad impadronirsi della via della seta . Nel 44 a.C. l’impero turco-mongolo per effetto delle discordie interne si divise in due tronconi: uno orientale, nell’attuale Mongolia, ed uno occidentale. Non si hanno altre notizie degli Hiung-nu fino al 40 d.C., quando il regno si scisse nuovamente con un regno al nord, che nel 155 d.C. fu conquistato dal popolo mongolo degli Hsien-pei, e un altro a sud, che conquistò parte della Cina e che dominò come dinastia Chao nel IV secolo d.C. Gli Hiung-nu occidentali riappaiono molto più tardi, con il nome di Unni, nelle cronache occidentali, menzionati da Tolomeo verso il 160 d.C. e più tardi ancora, nel 375, quando sotto re Balamir passarono il Volga conquistando gli Ostrogoti, respingendo i Visigoti ed istallandosi in Pannonia. Nel 434 diverrà re degli Unni il figlio del re Rua, Attila. Gli Juan-Juan Il grande crogiolo dei popoli, L’Asia centrale, è sempre in ebollizione. Placatosi il terremoto degli Hiung-nu, non si placano le scosse della storia che sconvolgono le steppe. Regni ed imperi sorgono repentinamente ed altrettanto velocemente scompaiono, i popoli emigrano, si disgregano, si compattano, finché sulla scena appare ancora un popolo che riesce ad imprimere un’impronta nei territori delle steppe: gli Juan-Juan, che alcuni studiosi identificano con gli Avari sconfitti da Carlo Magno. È comunque incerta l’origine di questo popolo che probabilmente era formato da più gruppi etnici, ed i cui capi, almeno così parrebbe dai loro nomi, erano di razza mongolica. Per parlare degli Juan-Juan occorre prima dire qualche parola su un altro popolo, quello dei Tabgac, originario del lago Baikal. Alla fine del IV secolo al seguito del loro capo T’o pa Kuie (386-409) all’improvviso irrompono sulla scena della Cina settentrionale, assorbendone velocemente la cultura e divenendone i più tenaci difensori. Le Orde di Juan-Juan hanno facilmente conquistato tutta la Mongolia e minacciato di continuo la Cina dei Tabgac, che verranno conosciuti nella storia anche con il nome dinastico di Wei. Si rafforzarono sempre più, e si insinuarono dentro i confini della Cina. I Wei reagirono con energia ed il sovrano T’o pa Kuei, con una prima vittoriosa campagna nel 391, rigetta gli Juan-Juan oltre la grande ansa del fiume giallo. Il suo successore T’o pa Sseu (409-423) continua l’opera di difesa contro gli Juan-Juan. Il vero vincitore di questo popolo fu però suo figlio, T’o pa Tao (423-452), che nel 425 condusse una prima campagna respingendoli a nord in Mongolia. Ma la guerra contro i pericolosi vicini durò per tutta la vita del sovrano Wei. Nel 429 To pa Tao, il successore al trono, condusse una nuova campagna contro i Mongoli, che pressavano ancora contro i confini, ricacciandoli per l’ennesima volta al di là del Gobi. Per un breve periodo vi fu pace tra gli Juan-Juan e i Wei, quando il nuovo sovrano dei primi Wu-t’i, che assunse il titolo di Ch’e lieu K’o-han (430-449), si imparento doppiamente con T’o pa Tao. La pace durò poco e ricominciarono le scaramuccie finchè nel 433 i Wei organizzarono una nuova spedizione, seguita da un’ altra nel 448 ed ancora nel 449 nella quale riuscirono a respingere gli Juan-Juan fino alla Mongolia nord occidentale. La rivalità tra questi due regni duro ancora un secolo con alterne fortune, terminando con la disfatta degli Juan-Juan nel 552 quando Tabgac e Tűrk si coalizzarono contro di loro. La lunga, sfibrante contesa contro gli Juan-Juan logorò anche i Wei che nel frattempo si erano divisi in due tronconi: occidentali ed orientali (534) e che poco dopo scomparvero dalla scena della storia. Gli Juan_Juan portarono nelle steppe dell’Asia centrale un nuovo importante cambiamento nella struttura sociale e politica. Sotto la loro dominazione finisce l’istituto della monarchia dinastica degli Sha-yu e nasce quello della monarchia ereditaria elettiva del Qaghan e della sua forma derivata di Khan. T’u-Küe (Türk) Il nome cinese di T’u-Küe, dice il famoso studioso M. Pelliot, deve essere la trascrizione del plurale mongolo Türküt, da Türk che significava “forte”.È interessante notare che la tradizione tramanda che l’antenato dei Türk, come peri i Romani, fosse stato allevato da un lupo, che divenne il totem di quel popolo. Quando nel 522 i wei sconfissero gl iJuan-Juan, lo fecero con l’aiuto di Bumin, capo della tribù dei Türk vassalla dei mongoli, offeso dal trattamento sprezzante riservatogli dal Gaghan degli Juan_Juan, che si suiciderà proprio a causa della sconfitta subita. Alla morte di Bumin (522) il vasto impero degli Juan_Juan passò ai due figli del sovrano Türk, uno Mu-han ereditò la parte orientale, corrispondente circa all’attuale Repubblica mongola e alla Mongolia meridionale occupata attualmente dai cinesi, l’altro, Istemi, governò nella parte occidentale che in seguto espanse, portando il suo impero fino al lago d’Aral confinando a sud-est con i Sassanidi ed i bizantini. Alla morte di Istemi (576) si accesero lotte tra i Türk occidentali ed orientali delle quali approfittarono i cinesi per dominare la parte orientale. Il dominio cinese fu di breve durata; sotto il regno del Türk Elteris Qutlug Qaghan, dal 679 al 682, si ricostituì l’impero. Alla sua morte nel 691, il regno venne consolidato dal fratello Qapgan Qaghan. Quando quest’ultimo morì nel 716 gli successe il nipote Bilgä Qaghan il cui braccio armato fu il fratello Kül Teghin la cui morte (731) precedette di tre anni quella del sovrano. I Türk avevano formato un forte e vasto impero che prefigurava quello più vasto e importante di Chinggis Kaan. Per la prima volta appariva nella storia il nome “turchi” che posteriormente avrebbe designato tutti i popoli turcofoni. La parola Türk era usata unita al qualificativo di origine mongola “Kök”, cioè azzurro, che serviva a designarne l’origine divina. Alla morte di Bilgä Qaghan, avvelenato da un suo ministro, nascono problemi nell’impero anche perché subito dopo di lui morirà anche il figlio ed erede, e le sorti dell’impero passeranno nelle mani del giovanissimo Tëngri Qaghan ( imperatore-cielo, imperatore-Dio), che ebbe lui pure una sorte sfortunata, messo a morte da un suo ufficiale che si proclamo re con il nome di Ozmis Qaghan e che si troverà a fronteggiare nelle vesti di re le tribù turche vassalle. Tra queste, ebbero il sopravvento le tribù Uigure il cui impero durerà un secolo ( 744-844 d.C.) e i cui discendenti ebbero tanta importanza anche nell’impero Gengiskhanide. Gli Uiguri Quando nel 744 crollò l’impero dei Türk, l’eredità fu raccolta da un’altra popolazione turca, gli Uiguri. Le cronache cinesi li dicono discendenti dai Tako-Kiu, che a loro volta provenivano da un ramo di Hsiung-nu che avevano da tempo avevano avuto rapporti con l’Impero cinese, che spesso li aveva utilizzati per governare le regioni del nord. Gli Uiguri erano intrisi di cultura cinese e mantenevano, in complesso, con la Cina dei buoni rapporti. Nel 755 in Cina si verificò una ribellione comandata da un guerriero mongolo kitano, An Lu-sha, il quale con rapidi colpi di mano conquistò le due capitali imperiali Lo-yang e Tchang-ngan, mettendo in fuga l’imperatore. Il figlio del cielo si rivolse quindi al Qaghan, Uiguro, Bayan Cior (747-759), chiamato dai cinesi Mo-yen-cho, che inviò suo figlio alla testa di un’armata Uigura, a riconquistare la città di Lo-yang nel 757. Riconsegnata la capitale ai cinesi, il figlio di Bayan Cior ritornò in Mongolia, carico di doni, in tempo per partecipare ad un’incursione contro i Kirghisi nel 758. Quando nel 761 nella Cina del nord riprese la guerra civile, l’ imperatore Tang, si assicurò nuovamente un alleanza con gli Uiguri. Il Qaghan Bugu, alla testa di 14.000 soldati, scese in Cina per ristabilire il dominio dinastico dei Tang. La presenza del Qaghan in Cina ebbe un importante risvolto per il futuro spirituale degli Uiguri, l’incontro con i missionari manichei, che egli porterà seco in Mongolia ed alla cui religione si convertirà. Importando dall’Iran la religione manichea gli Uiguri importarono anche una nuova scrittura di origine siriana, l’alfabeto sodgiano, che in seguito, sotto la denominazione di alfabeto uiguro passera ai mongoli gengiskanidi. L’impero uiguro restò la potenza dominante in Mongolia con i suoi sovrani chiamati Qaghan; Alp Qutlug (780-789) che rafforzerà il suo potere, rinsalderà la sua alleanza con la Cina, sposandosi con una principessa cinese. La vicinanza politica con l’Impero cinese e l’importazione della cultura iranica faranno degli Uiguri un popolo di raffinata cultura, saranno gli “educatori delle steppe” fino all’epoca di Chinggis Kaan il quale subirà il fascino della cultura di questo popolo. Senza dubbio, però il raffinarsi dei costumi, indebolì gli Uiguri. Nel 850, i Kirghisi dell’alto Jennisei invasero ed annientarono l’impero. La corte cinese che per più di un secolo aveva subito l’ingombrante alleanza degli Uiguri ne approfittò per perseguitare i manichei che erano stati fino allora protetti dal popolo delle steppe. I Kirghisi si installarono al posto degli Uiguri nella mongolia imperiale, dove restarono per poco meno di ottanta anni. Gli Uiguri si dispersero, concentrandosi in buona parte a nord del fiume Tarmi, nella zona dove sorgeva l’antica Turfan e dove saranno presenti in piena epoca Gengiskanide. STORIA SEGRETA DEI MONGOLI E’ la cronaca dell’epopea mongola scritta praticamente all’indomani della morte di Chinggis Khaan e ci fornisce, indubbiamente, il massimo esempio della letteratura mongola antica. Scritta da un anonimo nel 1240 d.C. è chiamata “segreta” in quanto doveva originariamente essere dedicata solo alla famiglia reale. Per tutta la durata dei suoi dodici capitoli, essa traccia le origini, la vita, e la morte del grande conquistatore, aggiungendo qua e là, alla cruda relazione dei fatti, brani di poesia epica popolare e non può non far pensare alle “chansons de geste” del medio evo occidentale: elogio degli eroi, rispetto del codice d’onore, riprovazione e condanna della vigliaccheria, nobile vendetta, ecc. Lo stile immaginifico, caro ai Mongoli, si incontra ovunque; così, per esprimere la miseria della gioventù di Temujin, il futuro Chinggis Khaan, l’autore fa dire al suo eroe che egli non aveva “nessun altro compagno se non la sua ombra, ne altra frusta se non la coda del suo cavallo”. Quando ferito al collo, Chinggis Khaan sente ritornargli le forze, viene scritto: “all’interiore, i miei occhi si rischiararono!. Per fare l’elogio dei suoi migliori guerrieri: “questi quattro veltri, dice, la loro fronte è di bronzo, il loro muso è uno scalpello, la loro lingua una lesina, il loro cuore è di ferro, la loro frusta è una spada, essi si nutrono di rugiada, cavalcano il vento…” E’ una storia vivace ed incalzante, fatta di sangue, tendini e muscoli, dove non vengono nascoste miserie e debolezze e perciò, probabilmente, aderente alla realtà. La storia non conserva che qualche frammento del testo mongolo originale ed è una trascrizione e traduzione cinese del XIV secolo, che ci ha permesso di ricostruire l’opera per intero. Recentemente le studiose Rodica Pop, dell’Istituto Sergiu al-George di Bucarest e Marie Dominique Even dell’Università di Nanterre, hanno, per la prima volta tradotto in francese, dal mongolo antico, l’opera per conto dell’UNESCO.

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